Sibyl von der Schulenburg può essere definita senza dubbio una donna di successo. Non solo ha fondato la Telefo SpA, fiorente azienda nel settore delle telecomunicazioni, ma soprattutto ha pubblicato numerosi romanzi storici con case editrici prestigiose, vincendo diversi premi letterari.

La sua eclettica attività professionale l’ha portata a confrontarsi con diverse realtà, in Italia e all’estero, dove spesso l’esito degli incontri d’affari poteva essere determinato da fattori del tutto imprevedibili e inusuali.

Le abbiamo chiesto quanto, nella sua esperienza professionale, abbia contato conoscere le giuste regole di comportamento nel relazionarsi ai suoi superiori, ai partner d’affari, ai collaboratori.

“La vita professionale mi ha portato in varie parti del mondo, prevalentemente in Europa, Canada, USA, Giappone e Cina; luoghi tanto diversi con usi e costumi talvolta rilassati e altre volte rigidi. Non conoscere l’etichetta poteva compromettere il risultato di trattative importanti. Due sono i fattori principali che dovevo sempre mettere in conto: l’essere nella posizione di cliente o fornitore, e l’essere donna. Sarebbe ipocrita sostenere che le due posizioni si equivalgano, la mia esperienza mi ha insegnato che da cliente si vive meglio, da fornitore bisogna impegnarsi il doppio. E da fornitore donna può essere difficilissimo condurre trattative, soprattutto nei paesi orientali”.

Una buona “business etiquette”, che può anche variare molto a seconda delle circostanze, mi ha però sempre aiutato a superare gli ostacoli: porsi all’altra parte in maniera professionale contribuisce a creare un terreno neutro in cui diversità e sessismo sono ridotti, talvolta accantonati”.

 Vi è stato qualche episodio dove l’aver adottato un comportamento sbagliato ha influito negativamente sulla relazione d’affari o lavorativa? Se si potrebbe accennarne brevemente?

Ne ricordo benissimo uno. Un bancario era seduto con me e mio marito (anche business partner) in sala riunioni cercando di convincerci a lavorare con la sua azienda. Dopo dieci minuti in cui continuava a chiamare me “signora” e mio marito “dottore” dando oltretutto chiaramente a intendere che riteneva me solo di “contorno”, mi sono alzata e ho interrotto la trattativa spiegando chiaramente di non sopportare il suo maschilismo. Con quella banca non abbiamo ovviamente lavorato”.

Nel selezionare un proprio collaboratore quanto conta il fattore “buone maniere”?

La prima impressione che mi dà un candidato condiziona il resto del colloquio e la mia decisione finale. Le maniere devono essere corrette, appropriate alla circostanza e finalizzate a instaurare da subito un buon rapporto. Tra quelle che chiamano business manners ce ne sono alcune che ritengo fondamentali e pretendo anche in fase di colloquio: abbigliamento appropriato, igiene, attenzione, espressione amichevole ma non lusingante. Il resto può essere insegnato a seconda delle funzioni aziendali”.

Ritiene che in un futuro mondo del lavoro sempre più digitalizzato la capacità di relazionarsi con le persone sarà una soft skill vincente?

Nelle relazioni interpersonali l’etichetta ha sempre avuto un peso enorme, non vedo perché dovrebbe escludersi passando dal computer. Il problema per un datore di lavoro è insegnare le buone maniere ai dipendenti senza incorrere nel rischio di rifiuto; spiegare a un giovane che non può dare del “tu” a chiunque non è facile, spiegargli che il “tu” lo deve proporre la persona più anziana mi pare quasi impossibile oggigiorno. Per questo ritengo che corsi, tenuti da esperti e mirati all’educazione comportamentale in varie occasioni lavorative, siano importanti, soprattutto nelle grandi aziende e amministrazioni pubbliche. Non credo che la conoscenza di una business etiquette debba classificarsi necessariamente tra le soft skills; per un venditore o un mediatore, ad esempio, potrebbe rientrare tra le hard skills”.